October, 2009

Friday, October 30th, 2009

Zona Cesarini: il ragionier Brown mette mano al portafoglio per salvare il mondo

Interrompiamo la nostra analisi delle premesse di Kyoto per informare che i leader dell’Unione europea si sono accordati su che cosa offrire agli altri paesi ai negoziati globali sul clima di Copenaghen di dicembre, come ha detto oggi il primo ministro britannico Gordon Brown. I leader della Ue, riuniti per un vertice di due giorni, stanno lavorando a una proposta comune per i colloqui di Copenaghen che dovrebbero superare i protocolli di Kyoto — lo schema dell’Onu di contrasto al cambiamento climatico che scade nel 2012. “L’Europa farà tre offerte, con denaro sul tavolo, dicendo che dobbiamo fare di tutto per stringere un accordo sul clima”, ha detto Brown ai giornalisti. “Penso che sia una svolta che renderà possibile l’accordo a Copenaghen”. Non ci sono stati al momento commenti da parte di altri ministri né conferme dell’asserita svolta. I paesi in via di sviluppo hanno detto che non firmeranno alcun accordo sul clima senza ricevere fondi adeguati da quelli più ricchi, che portano la responsabilità maggiore per avere danneggiato l’atmosfera, alimentando con petrolio e carbone le proprie industrie. “Ci sono oggi dati precisi”, ha detto Brown. “Il Consiglio europeo sosterrà l’analisi che 100 miliardi di euro all’anno sia l’obiettivo per il 2020″. “Questo è l’aiuto che sarà fornito ai paesi in via di sviluppo per aiutarli a centrare gli obiettivi sul cambiamento climatico e tagliare le emissioni nei luoghi dove, altrimenti, non potrebbero permetterselo”, ha detto. (reuters)

Friday, October 30th, 2009

In diecimila per magri risultati… E a Copenhagen?

Quasi 10.000 delegati, osservatori e giornalisti parteciparono a questo importantissimo evento, celebrato a Kyoto, Giappone, nel dicembre del 1997. Alla Conferenza si approvò, per consenso, la decisione (1/CP.3) per l’adozione di un Protocollo secondo il quale i paesi industrializzati si impegnano a ridurre, per il periodo 2008–2012, il totale delle emissioni di gas ad effetto serra almeno del 5% rispetto ai livelli del 1990.

Thursday, October 29th, 2009

Quegli impegni erano davvero realistici?

Il primo esame dell’adeguamento degli impegni assunti dai paesi sviluppati si ebbe, come previsto, nella prima sessione della Conferenza delle Parti (CP–1), a Berlino, nel 1995. Le Parti decisero che gli impegni dei paesi sviluppati, di mantenere le emissioni dell’anno 2000 ai livelli di del 1990 non permetteva di perseguire l’obiettivo, a lungo termine, della Convenzione, di impedire “interferenze antropiche (attribuibili all’attività umana) pericolose per il sistema climatico”. I ministri e gli altri funzionari di alto livello risposero adottando il “Mandato di Berlino” ed aprendo un nuovo giro di consultazioni per rafforzare gli impegni dei paesi sviluppati. Il Gruppo Speciale del Mandato di Berlino (AGBM) è stato istituito al fine di redigere una bozza di accordo; al termine di otto sessioni ha trasmesso alla CP–3 il testo per la negoziazione finale.

Wednesday, October 28th, 2009

Ma a Kyoto quali erano le premesse?

Gli Stati, quando adottarono la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, nel 1992, riconobbero che essa avrebbe costituito un trampolino per un’azione più energica nel futuro.
Istituendo un processo permanente di esame, di discussione e di scambio di informazioni, la Convenzione ha permesso l’adozione di impegni supplementari adattati all’evoluzione delle conoscenze scientifiche e della volontà politica.

Monday, October 26th, 2009

Tra il dire e il fare c’è di mezzo Copenhagen!

La firma di un nuovo accordo internazionale sul cambiamento climatico appare tanto importante quanto difficile da raggiungere. Sebbene i principali leader mondiali dichiarino la necessità di raggiungere un accordo entro la metà di dicembre, gli ostacoli appaiono, ad oggi, quasi insormontabili. Le difficoltà interne di Obama (la risicata maggioranza al Congresso e lo scarso sostegno dell’opinione pubblica), le paure di Cina e India per i propri settori industriali e la debolezza della diplomazia ambientalista europea lasciano presagire che, molto probabilmente, a Copenhagen non si riusciranno a raggiungere gli obiettivi largamente auspicati.

Sunday, October 25th, 2009

Cina e India, il mondo vi supplica a Copenhagen…

Sebbene Cina e India si siano sempre opposte all’introduzione di obiettivi vincolanti per la riduzione dei gas serra, al recente summit Onu di New York i governi di Pechino e Nuova Delhi hanno dato cenni di apertura alla possibilità di contenere le emissioni, pur senza proporre impegni precisi. Il presidente cinese Hu Jintao ha infatti dichiarato che entro il 2020 la Cina ridurrà le emissioni in misura consistente rispetto ai valori registrati nel 2005. Hu Jintao ha inoltre dichiarato che al 2020 il 15% dell’energia consumata in Cina sarà prodotta da fonti rinnovabili. Nonostante l’apertura delle due potenze asiatiche, c’è grande scetticismo sulla reale volontà cinese e indiana di sottoscrivere un accordo internazionale che vincoli le loro economie a tetti massimi per le emissioni. Secondo molti diplomatici, infatti, India e Cina preferiscono verificare la reale volontà dei paesi occidentali di ridurre le proprie emissioni prima di prendere in considerazione la possibilità di adottare piani di riduzione, causando in questo modo una sostanziale paralisi dei negoziati. Contemporaneamente un gruppo di 37 paesi, costituiti per lo più dalle economie in via di sviluppo (fra le quali rientrano Brasile e Cina), si sono dichiarati disponibili a ridurre le loro emissioni del 40% rispetto ai valori del 1990, a fronte però di un notevole sostegno finanziario da parte dei paesi industrializzati.

Saturday, October 24th, 2009

Gli Usa, meglio pochi maledetti e subito a Copenhagen…

Sebbene l’Aces sia stato approvato, non senza difficoltà, dalla Camera dei Rappresentanti il 26 giugno scorso, molti deputati appaiono scettici sulle effettive possibilità di farlo approvare al Senato, ove la maggioranza democratica necessaria ad evitare l’ostruzionismo (filibustering) dei repubblicani è molto a rischio. Nonostante le difficoltà di politica interna appaiano determinanti, il problema fondamentale è rappresentato dall’ostilità dei paesi in via di sviluppo (Brasile, Cina e India) all’introduzione di obblighi di riduzione vincolanti. Questo rifiuto è stato utilizzato dalle lobby industriali fin dal luglio 1998, quando il Senato statunitense approvò la “Byrd-Hagel Resolution” che dichiarava l’impossibilità per l’esecutivo di siglare qualunque tipo di accordo internazionale che potesse ridurre la competitività delle imprese statunitensi o che non prevedesse obiettivi di riduzione obbligatori per i paesi in via di sviluppo. Alla luce dei numerosi problemi dell’amministrazione Obama, esiste la possibilità che gli Usa non aderiscano ad un nuovo accordo internazionale, per evitare possibili ostruzionismi al Congresso in sede di ratifica, preferendo invece la sigla di un accordo diretto con Cina, India e Ue. Tale approccio andrebbe tuttavia contro il nuovo corso multilaterale intrapreso sia dal presidente americano che dal Segretario di stato negli ultimi 9 mesi, ed appare dunque non facilmente perseguibile.

Friday, October 23rd, 2009

Obama sui tizzoni ardenti di Copenhagen…

Se l’amministrazione Bush era decisamente critica verso il Protocollo di Kyoto e l’introduzione di limiti alle emissioni di CO2, l’elezione di Obama ha determinato un nuovo approccio per gli Stati Uniti. Nel corso dei lavori preparatori della conferenza di Copenhagen la nuova amministrazione americana si è dichiarata disponibile ad impegnarsi affinché gli Usa riducano entro il 2020 le proprie emissioni del 17% rispetto ai livelli del 2005. Questo sforzo è tuttavia considerato insoddisfacente sia dall’Ue, sia dalle lobby ambientaliste americane, secondo le quali tale impegno porterebbe ad una riduzione delle emissioni solo del 4% rispetto al 1990: percentuale ben lontana dall’obiettivo del 20% proposto dall’Ue. Sebbene al Congresso siano in discussione diverse iniziative legislative per la lotta al cambiamento climatico, molti analisti mostrano scetticismo sulla reale capacità dell’amministrazione americana di adottare misure effettive per la riduzione delle emissioni. L’opinione pubbica americana è decisamente meno sensibile, rispetto a quella europea, alle problematiche climatiche e questo costituisce sicuramente un problema importante per l’attuale amministrazione. Diversi sondaggi dimostrano infatti che la maggioranza degli americani considera il rischio del cambiamento climatico solo come un pericolo per il livello occupazionale nel paese. Tali considerazioni si ripercuotono inevitabilmente sul Congresso, dove la maggioranza democratica sta incontrando serie difficoltà nel far approvare l’American Clean Energy and Security Act (Aces) Si tratta di una serie di atti legislativi che oltre a prevedere l’aumento del 20% dell’utilizzo di energia da fonti rinnovabili entro il 2020 (misura peraltro già approvata dall’Ue), mirano anche a sviluppare su ampia scala impianti per la cattura e lo stoccaggio del carbonio per le centrali elettriche (responsabili del 40% delle emissioni).

Thursday, October 22nd, 2009

Spaccature e rischi di “spaccata” per i leader a Copenhagen…

Continuiamo il ragionamento di ieri. Inoltre l’Ue appare spaccata al suo interno sulla definizione delle misure comunitarie per la lotta al cambiamento climatico a sostegno dei paesi in via di sviluppo. Nelle negoziazioni sulla revisione del Protocollo, alcune economie emergenti (Brasile, Filippine, Malesia, etc.) hanno infatti chiesto, a fronte del loro impegno a ridurre le emissioni, “know how” e sostegno finanziario da parte dei paesi industrializzati per progetti a favore della mitigazione del cambiamento climatico. Alcuni paesi europei sembrano propensi a finanziare solo in minima parte questi progetti, preferendo fornire solamente tecnologie e “know how”. Tale posizione è giustificata dai timori di molti governi europei sull’effettivo utilizzo dei fondi da parte delle èlites governative dei paesi in via di sviluppo. Nel corso di tutto il 2009, prima la Presidenza ceca, poi quella svedese dell’Ue, hanno cercato, in sede negoziale, di convincere Usa e Cina ad accettare obiettivi vincolanti di riduzione simili a quelli europei. I risultati sono stati tuttavia scarsi, a causa delle diverse posizioni che gli altri Paesi partecipanti ai lavori hanno dimostrato nel corso dei negoziati.

Thursday, October 22nd, 2009

E’ ancora possibile salvare Copenhagen?

Mentre l’Europa lavora su target di riduzione delle emissioni al 2050 (ha senso?), riportiamo nei prossimi post un intervento su Copenhagen tratto da AffariInternazionali a cura di Antonio Dai Pra. Dal 7 al 18 dicembre infatti si svolgerà a Copenhagen la conferenza mondiale per la revisione del Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012. I lavori preparatori del summit si sono tenuti nel corso di tutto il 2009, ma non sono stati in grado di mettere d’accordo i rappresentanti dei 190 Paesi che nel 1997 firmarono il Protocollo. Le divergenze più importanti si manifestano fra le principali potenze mondiali (Cina, India, Ue, Usa), prime responsabili per le emissioni di CO2.
L’Unione europea è ancora leader nella lotta al cambiamento climatico, grazie all’approvazione nel mese di dicembre 2008 della cosiddetta direttiva 20-20-20. Si tratta di un insieme di atti legislativi che prevedono entro il 2020 non solo una riduzione delle emissioni del 20% rispetto al 1990, ma anche l’aumento del 20% nell’utilizzo delle energie rinnovabili. Tuttavia, molti analisti dubitano della reale capacità dell’Ue di raggiungere tali obiettivi. L’attuale crisi economica ed il conseguente crollo dei consumi, associato ad un prezzo del petrolio e del gas relativamente basso, hanno ridotto notevolmente gli utili delle società energetiche. Di conseguenza molti gruppi energetici sono stati costretti a rivedere i loro investimenti in tecnologie meno inquinanti, mettendo in dubbio il raggiungimento degli obiettivi della direttiva.

Wednesday, October 21st, 2009

Chimera Copenhagen (fine)

 

Anche se non si crede ai danni provocati dal cambiamento climatico, al mondo resta petrolio sufficiente per circa 41 anni sulla base dei dati provenienti dalle riserve e dei livelli di consumo per il 2008 di circa 31 miliardi di barili l’anno. Mentre le riserve diminuiscono e il greggio diventa sempre più difficile da estrarre, i prezzi del petrolio continueranno ad aumentare, rendendo più appetibile l’energia verde.
Cosa può fare il singolo?
Davvero molto. Convertirsi a lampadine compatte fluorescenti sia a casa che in ufficio, usare i mezzi pubblici, acquistare cibo prodotto in loco e riciclare la spazzatura. Portare con sé quando si fa la spesa borse di plastica già usate e spegnere gli elettrodomestici non utilizzati. Ogni piccolo accorgimento aiuta perché modifica le abitudini e fa sì che la gente ne parli. (fonte reuters)

Tuesday, October 20th, 2009

Chimera Copenhagen / 6

Nell’ultimo secolo la temperatura a livello globale è aumentata in media di 0,7 gradi centigradi a causa dei combustibili fossili, come il petrolio, il carbone e il gas. Prima dell’ultima crisi economica globale, la crescita delle emissioni a livello annuale era in aumento con un tasso che superava le ultime proiezioni, per lo più a causa dell’incremento del consumo di carbone e di petrolio nei Paesi in forte sviluppo, come la Cina e l’India. Secondo gli esperti il trend mondiale prevede l’immissione di un quantitativo di anidride carbonica nell’aria tale da far aumentare le temperature globali di almeno 2 gradi nei prossimi decenni, il che avrà a loro dire come conseguenza un clima ancor più difficile da prevedere, un innalzamento dei livelli dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, mancanza di acqua e scarsezza di raccolti. Questi cambiamenti rappresentano una minaccia notevole per la sicurezza perché la popolazione mondiale dovrebbe continuare ad aumentare. Anche i problemi di inquinamento e di salute sono in continuo aumento.